Emma Perodi e le “Novelle della nonna”: il Casentino tra fiaba e leggenda

Il Casentino delle Novelle della nonna non è un luogo inventato.

È lo stesso che si attraversa oggi, ma visto da un’altra prospettiva, in cui il confine tra realtà e immaginazione non è mai del tutto definito. Ed è proprio qui che il lavoro di Emma Perodi trova la sua forza: non nell’invenzione, ma nella capacità di riconoscere ciò che già esiste e trasformarlo in racconto.

Pubblicate tra il 1892 e il 1893, le Novelle della nonna costruiscono un sistema narrativo che non si limita a raccontare storie, ma restituisce un modo di percepire il territorio. La struttura è semplice — una nonna che racconta ai nipoti durante le sere invernali — ma è proprio questa semplicità a permettere alla memoria collettiva di emergere senza filtri.

Non è solo una raccolta.

È un passaggio.

Attraverso queste storie, il Casentino diventa qualcosa di diverso da un luogo geografico: diventa uno spazio narrante, in cui ogni elemento — un bosco, una pieve, un castello — può contenere una storia, o esserne l’origine.

Le novelle oscillano continuamente tra il fiabesco e il reale, tra il racconto popolare e una dimensione più oscura, quasi gotica, senza mai separare davvero questi livelli. Il risultato è un mondo coerente, in cui la presenza del soprannaturale non è un’eccezione, ma una possibilità.

Ed è qui che il territorio entra davvero in gioco.

Il Castello di Poppi, Romena, Camaldoli, le Foreste Casentinesi non sono semplici ambientazioni, ma elementi attivi del racconto. Sono luoghi riconoscibili, ma trasformati attraverso lo sguardo della tradizione orale, che Perodi raccoglie e rielabora senza snaturarla.

Il Casentino delle novelle è fatto di dettagli concreti — la nebbia, il silenzio, la luce nei boschi — ma anche di presenze che non si vedono mai del tutto.

Le foreste, in particolare, diventano uno spazio liminale.

Non sono solo ambienti naturali, ma luoghi in cui il rapporto tra uomo e ignoto si manifesta in modo diretto. Qui si incontrano fate, spiriti, creature notturne, ma più che le figure in sé, conta l’atmosfera che le rende possibili.

È lo stesso tipo di percezione che si può ritrovare ancora oggi, attraversando questi boschi.

Le pievi e le abbazie, invece, rappresentano un altro livello.

Non sono solo luoghi di culto, ma punti di equilibrio, in cui il racconto trova una misura diversa, più stabile, senza però eliminare completamente il mistero. In questo senso, il rapporto tra sacro e profano resta sempre aperto.

Anche i personaggi seguono questa logica.

Contadini, boscaioli, pastori, ma anche cavalieri, monaci e figure legate al potere convivono all’interno dello stesso sistema, senza gerarchie rigide. Non sono costruiti come protagonisti, ma come parte di un mondo che funziona nel suo insieme.

Emma Perodi non inventa questo mondo.

Lo organizza.

Raccoglie storie, immagini, paure e le restituisce in una forma che permette di leggerle senza perdere la loro origine. Anche il linguaggio segue questa direzione: una scrittura colta, ma attraversata da elementi che rimandano al parlato, alla tradizione, a una memoria che non è mai completamente scritta.

È per questo che le Novelle della nonna funzionano ancora.

Non perché raccontano qualcosa di lontano, ma perché rendono visibile una dimensione che esiste ancora, anche se meno evidente.

Chi oggi attraversa il Casentino — tra Poppi, Romena, Camaldoli o nei boschi delle Foreste Casentinesi — può riconoscere gli stessi elementi, anche senza conoscere le storie.

E forse è proprio questo il punto.

Emma Perodi non ha trasformato il Casentino in una fiaba.

Ha mostrato che lo era già.


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